La fase economica che stiamo vivendo è caratterizzata da rilevanti cambiamenti che hanno interessato lo stile di vita e i valori di riferimento delle persone, le relazioni internazionali tra Paesi, i processi economici, lo stato e il livello delle tecnologie, i processi innovativi, i modelli gestionali [Bertini 2004; Drucker 1996; Golinelli 2005]. La competizione dell’aziende nei mercati competitivi si è affiancata a quella nei mercati finanziari [Galeotti 2008], così come anche le strategie sociali si sono sempre più sovrapposte e intrecciate a quelle competitive [Bertini 1990; Coda 1988; Freeman 1984; Friedman 1962; Smith 2003]. La necessità di attrarre capitali, da sempre e per antonomasia risorsa facilmente trasferibile da azienda ad azienda, da paese a paese, diviene in un’economia globalizzata un elemento che pone in competizione aziende di settori e paesi diversi, con logiche talvolta difformi da quelle che caratterizzano la competizione nei mercati reali e, in molti casi, orientate da diverse variabili qualificanti e competitive [Donna 1999; Fiori e Tiscini 2005, Galeotti 2008]. L’esigenza di aziende e Paesi di presentarsi ad un mercato globale e complesso con un offerta competitiva ha imposto ai governi, agli organismi di regolamentazione e alle stesse aziende di realizzare un sistema di regole che consentano ai diversi interlocutori – azionisti, finanziatori, manager, risparmiatori, lavoratori, ecc. – di formarsi un giudizio ragionevolmente corretto in merito all’efficacia, all’efficienza e alla correttezza della gestione [Bertini 2009; Chandler 1990; Albert 1991; Airoldi 1993; Charkham 1994; Guatri e Vicari 1994; Barca e Becht 2001; etc.]. Si sono così sviluppati sistemi e impianti normativi specificamente rivolti a regolamentare i modelli, i sistemi, gli organi e i processi di governance delle aziende [Fortuna 2001; Zattoni 2005]. Il concetto di corporate governance ha avuto diverse definizioni e, in generale, riteniamo possa essere inteso come la modalità di organizzazione del governo d’azienda capace di migliorare la qualità della vita dell’azienda sì da realizzare una gestione quanto più possibile efficace, efficiente, etica e corretta2 [Zattoni 2005; Airoldi, Brunetti e Coda 1989; Fortuna 2002; Lacchini 2002; Ferraris Franceschi 2000; Bianchi Martini 2005; Comoli 2002]. Così come sono stati proposti molteplici dispositivi in materia di corporate governance che, in prima battuta, possono essere ricondotti ai riferimenti normativi veri e propri, ai dispositivi emanati dagli organi di controllo, ai codici di autodisciplina riconosciuti dai mercati regolamentati, ai codici emanati dalle singole aziende. Stante la difforme cogenza, in molti casi più nella forma che nella sostanza, i diversi dispositivi sono in generale tesi a equilibrare gli interessi, i poteri ed i rapporti tra i soggetti che influenzano in modo rilevante il governo dell’azienda per perseguire le finalità istituzionali dell’azienda [Fortuna 2001]. I principali oggetti disciplinati sono “i meccanismi di distribuzione dei poteri di indirizzo strategico e le regole di espressione formale e informale dei rapporti aziendali” [Fortuna 2001; Zattoni 2005]. La dottrina si è da tempo dedicata ad esaminare i vari dispositivi normativi e ha correlato i principi e i codici di buon governo alle performance prodotte dalle aziende [Cadbury 1992; American Law Institute 1994; Lorsch 1995; Pound 1995; Tricker 2000;Airoldi e Zattoni 2001]. Sono stati approfonditi i motivi alla base della produzione dei codici di corporate governance così come il loro grado di recepimento. In molti casi si è perfino tentato di testare con modelli statistico-probabilistici l’efficacia di detti modelli [Markarian e Parbonetti 2007], in altri si è preferito raccogliere con interviste e questionari i pareri qualitativi di operatori o ricercatori [Dalton et al. 1998; Rhoades et al. 2000]. Taluni studiosi hanno, come detto, dapprima esaminato l’applicazione dei codici nelle diverse realtà aziendali e in diversi paesi – effettuando anche analitici esami e censimenti degli organi di governo e di controllo – per correlare poi strutture e modelli di governance ad alcuni indicatori di performance [Epstein e Roy 2004]. Vi sono, infine, ricerche che hanno effettuato raffronti dei dispositivi normativi che caratterizzano i diversi Paesi, confrontandone struttura e articolazione di base, nonché studiando diversità e similarità nelle accezioni e nelle definizioni date ai principali elementi caratterizzanti [Laporta et al. 1999; Zattoni e Cuomo 2008]. E’ così rilevabile che lo studio degli organi, dei soggetti e dei processi di corporate governance ha prodotto nel tempo una copiosa letteratura [Cuervo 2002; Hansmann e Kraakman 2004]. In molte ricerche, tali requisiti, a seguito delle citate definizioni normative, vengono considerati come dati per passare – come obiettivo privilegiato di studio - a verificarne la presenza nei vari organi e l’efficacia [Aguilera e Cuervo Cazurra 2004; Caselli et al. 2008]. Altre volte, è possibile ravvisare, in ricerche diverse, risultati contrastanti sull’efficacia o sull’inefficacia del singolo requisito. D’altro canto, i recenti scandali finanziari e i molteplici esempi di “cattiva” governance sembrano mostrare un limitato recepimento delle implicazioni delle pur numerose evoluzioni teoriche nella prassi aziendale. Muovendo da questi studi e considerazioni, ci siamo posti in una diversa prospettiva che si colloca, in un certo senso, a monte o muove in senso contrario rispetto a quanto ha caratterizzato la maggior parte dei contributi scientifici in materia. Ci siamo cioè proposti di capire quali siano i requisiti che assicurano il buon funzionamento della governance aziendale, per verificare poi se tali requisiti siano stati tutti correttamente ed efficacemente interpretati dai dispositivi normativi in materia. Come anticipato, ciò che intendiamo offrire agli studi di governance e alla pratica aziendale è uno studio sistematico e critico dei requisiti sopra citati, per capire se essi possano essere forieri di buon governo e quanto, oggi, siano correttamente inquadrati nei dispositivi normativi. Per perseguire il nostro obiettivo di ricerca abbiamo deciso di esaminare: da un lato, la letteratura sul buon governo dell’azienda; dall’altro, i principali dispositivi prodotti dal legislatore e dagli organi di regolamentazione, e, in particolare, i codici di autodisciplina. In relazione al primo aspetto, nella review della dottrina economico-aziendale e di management precedentemente svolta, sono stati analizzati i requisiti del buon governo in relazioni agli studi sulle finalità aziendali, sui sistemi di corporate governance e sull’area del soggetto economico. In relazione al secondo aspetto, abbiamo esaminato alcuni dei più evoluti sistemi in materia di corporate governance, scelti in considerazione della cultura e della sensibilità dimostrata, tentando di interpretarne i diversi sistemi normativi di riferimento sia di “civil law” che di “common law” [Zattoni e Cuomo 2008]. Nello specifico, sono stati esaminati i riferimenti normativi nei seguenti paesi: Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania3. Per ciascuno di essi sono stati approfonditi i requisiti di buon governo disciplinati per l’organo di governo e per l’organo di controllo sia in termini di presenza di “principi generali” in merito che di esistenza di specifici “criteri applicativi” [Aguilera e Cuervo Cazurra 2004]. Lo studio dei vari dispositivi ci ha consentito dapprima di comprendere quali siano i requisiti del buon governo, per poi capire in modo più approfondito e critico il significato attribuito ad essi. Dall’analisi congiunta dei contributi teorici e dei dispositivi normativi dei più evoluti paesi in materia di governance, emerge che per assicurare una buona governance è necessario che i soggetti del sistema di governance – sebbene in forme e misure diverse – siano dotati di indipendenza, onorabilità, professionalità e autorevolezza [Gregory e Simmelkiaer 2002; OECD 2004; Codice Civile, art. 2387 e art. 2397; TUB Capo V, TUF Capo II, C.A. par. 2, 3 e 4]. I suddetti requisiti rappresentano una sintesi e ricomprendono anche ulteriori accezioni talvolta indicate in letteratura e nei dispositivi normativi; ad esempio i requisiti della “competenza” e della “diligenza” possono considerarsi ricompresi all’interno del requisito della “professionalità” [Epstein 2004]. In tal senso, la ricerca successiva mostra un’originale prospettiva ribaltando l’ottica ed analizzando criticamente i requisiti del buon governo che, in molti casi, sono considerati come “postulati di partenza” [Epstein e Roy 2004; Kaplan e Reishus 1990; Pearce e Zahara 1992; Van der Berghe e Levreu 2002; Lerner 2005].

I REQUISITI DEL BUON GOVERNO

GARZELLA, Stefano;
2010

Abstract

La fase economica che stiamo vivendo è caratterizzata da rilevanti cambiamenti che hanno interessato lo stile di vita e i valori di riferimento delle persone, le relazioni internazionali tra Paesi, i processi economici, lo stato e il livello delle tecnologie, i processi innovativi, i modelli gestionali [Bertini 2004; Drucker 1996; Golinelli 2005]. La competizione dell’aziende nei mercati competitivi si è affiancata a quella nei mercati finanziari [Galeotti 2008], così come anche le strategie sociali si sono sempre più sovrapposte e intrecciate a quelle competitive [Bertini 1990; Coda 1988; Freeman 1984; Friedman 1962; Smith 2003]. La necessità di attrarre capitali, da sempre e per antonomasia risorsa facilmente trasferibile da azienda ad azienda, da paese a paese, diviene in un’economia globalizzata un elemento che pone in competizione aziende di settori e paesi diversi, con logiche talvolta difformi da quelle che caratterizzano la competizione nei mercati reali e, in molti casi, orientate da diverse variabili qualificanti e competitive [Donna 1999; Fiori e Tiscini 2005, Galeotti 2008]. L’esigenza di aziende e Paesi di presentarsi ad un mercato globale e complesso con un offerta competitiva ha imposto ai governi, agli organismi di regolamentazione e alle stesse aziende di realizzare un sistema di regole che consentano ai diversi interlocutori – azionisti, finanziatori, manager, risparmiatori, lavoratori, ecc. – di formarsi un giudizio ragionevolmente corretto in merito all’efficacia, all’efficienza e alla correttezza della gestione [Bertini 2009; Chandler 1990; Albert 1991; Airoldi 1993; Charkham 1994; Guatri e Vicari 1994; Barca e Becht 2001; etc.]. Si sono così sviluppati sistemi e impianti normativi specificamente rivolti a regolamentare i modelli, i sistemi, gli organi e i processi di governance delle aziende [Fortuna 2001; Zattoni 2005]. Il concetto di corporate governance ha avuto diverse definizioni e, in generale, riteniamo possa essere inteso come la modalità di organizzazione del governo d’azienda capace di migliorare la qualità della vita dell’azienda sì da realizzare una gestione quanto più possibile efficace, efficiente, etica e corretta2 [Zattoni 2005; Airoldi, Brunetti e Coda 1989; Fortuna 2002; Lacchini 2002; Ferraris Franceschi 2000; Bianchi Martini 2005; Comoli 2002]. Così come sono stati proposti molteplici dispositivi in materia di corporate governance che, in prima battuta, possono essere ricondotti ai riferimenti normativi veri e propri, ai dispositivi emanati dagli organi di controllo, ai codici di autodisciplina riconosciuti dai mercati regolamentati, ai codici emanati dalle singole aziende. Stante la difforme cogenza, in molti casi più nella forma che nella sostanza, i diversi dispositivi sono in generale tesi a equilibrare gli interessi, i poteri ed i rapporti tra i soggetti che influenzano in modo rilevante il governo dell’azienda per perseguire le finalità istituzionali dell’azienda [Fortuna 2001]. I principali oggetti disciplinati sono “i meccanismi di distribuzione dei poteri di indirizzo strategico e le regole di espressione formale e informale dei rapporti aziendali” [Fortuna 2001; Zattoni 2005]. La dottrina si è da tempo dedicata ad esaminare i vari dispositivi normativi e ha correlato i principi e i codici di buon governo alle performance prodotte dalle aziende [Cadbury 1992; American Law Institute 1994; Lorsch 1995; Pound 1995; Tricker 2000;Airoldi e Zattoni 2001]. Sono stati approfonditi i motivi alla base della produzione dei codici di corporate governance così come il loro grado di recepimento. In molti casi si è perfino tentato di testare con modelli statistico-probabilistici l’efficacia di detti modelli [Markarian e Parbonetti 2007], in altri si è preferito raccogliere con interviste e questionari i pareri qualitativi di operatori o ricercatori [Dalton et al. 1998; Rhoades et al. 2000]. Taluni studiosi hanno, come detto, dapprima esaminato l’applicazione dei codici nelle diverse realtà aziendali e in diversi paesi – effettuando anche analitici esami e censimenti degli organi di governo e di controllo – per correlare poi strutture e modelli di governance ad alcuni indicatori di performance [Epstein e Roy 2004]. Vi sono, infine, ricerche che hanno effettuato raffronti dei dispositivi normativi che caratterizzano i diversi Paesi, confrontandone struttura e articolazione di base, nonché studiando diversità e similarità nelle accezioni e nelle definizioni date ai principali elementi caratterizzanti [Laporta et al. 1999; Zattoni e Cuomo 2008]. E’ così rilevabile che lo studio degli organi, dei soggetti e dei processi di corporate governance ha prodotto nel tempo una copiosa letteratura [Cuervo 2002; Hansmann e Kraakman 2004]. In molte ricerche, tali requisiti, a seguito delle citate definizioni normative, vengono considerati come dati per passare – come obiettivo privilegiato di studio - a verificarne la presenza nei vari organi e l’efficacia [Aguilera e Cuervo Cazurra 2004; Caselli et al. 2008]. Altre volte, è possibile ravvisare, in ricerche diverse, risultati contrastanti sull’efficacia o sull’inefficacia del singolo requisito. D’altro canto, i recenti scandali finanziari e i molteplici esempi di “cattiva” governance sembrano mostrare un limitato recepimento delle implicazioni delle pur numerose evoluzioni teoriche nella prassi aziendale. Muovendo da questi studi e considerazioni, ci siamo posti in una diversa prospettiva che si colloca, in un certo senso, a monte o muove in senso contrario rispetto a quanto ha caratterizzato la maggior parte dei contributi scientifici in materia. Ci siamo cioè proposti di capire quali siano i requisiti che assicurano il buon funzionamento della governance aziendale, per verificare poi se tali requisiti siano stati tutti correttamente ed efficacemente interpretati dai dispositivi normativi in materia. Come anticipato, ciò che intendiamo offrire agli studi di governance e alla pratica aziendale è uno studio sistematico e critico dei requisiti sopra citati, per capire se essi possano essere forieri di buon governo e quanto, oggi, siano correttamente inquadrati nei dispositivi normativi. Per perseguire il nostro obiettivo di ricerca abbiamo deciso di esaminare: da un lato, la letteratura sul buon governo dell’azienda; dall’altro, i principali dispositivi prodotti dal legislatore e dagli organi di regolamentazione, e, in particolare, i codici di autodisciplina. In relazione al primo aspetto, nella review della dottrina economico-aziendale e di management precedentemente svolta, sono stati analizzati i requisiti del buon governo in relazioni agli studi sulle finalità aziendali, sui sistemi di corporate governance e sull’area del soggetto economico. In relazione al secondo aspetto, abbiamo esaminato alcuni dei più evoluti sistemi in materia di corporate governance, scelti in considerazione della cultura e della sensibilità dimostrata, tentando di interpretarne i diversi sistemi normativi di riferimento sia di “civil law” che di “common law” [Zattoni e Cuomo 2008]. Nello specifico, sono stati esaminati i riferimenti normativi nei seguenti paesi: Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania3. Per ciascuno di essi sono stati approfonditi i requisiti di buon governo disciplinati per l’organo di governo e per l’organo di controllo sia in termini di presenza di “principi generali” in merito che di esistenza di specifici “criteri applicativi” [Aguilera e Cuervo Cazurra 2004]. Lo studio dei vari dispositivi ci ha consentito dapprima di comprendere quali siano i requisiti del buon governo, per poi capire in modo più approfondito e critico il significato attribuito ad essi. Dall’analisi congiunta dei contributi teorici e dei dispositivi normativi dei più evoluti paesi in materia di governance, emerge che per assicurare una buona governance è necessario che i soggetti del sistema di governance – sebbene in forme e misure diverse – siano dotati di indipendenza, onorabilità, professionalità e autorevolezza [Gregory e Simmelkiaer 2002; OECD 2004; Codice Civile, art. 2387 e art. 2397; TUB Capo V, TUF Capo II, C.A. par. 2, 3 e 4]. I suddetti requisiti rappresentano una sintesi e ricomprendono anche ulteriori accezioni talvolta indicate in letteratura e nei dispositivi normativi; ad esempio i requisiti della “competenza” e della “diligenza” possono considerarsi ricompresi all’interno del requisito della “professionalità” [Epstein 2004]. In tal senso, la ricerca successiva mostra un’originale prospettiva ribaltando l’ottica ed analizzando criticamente i requisiti del buon governo che, in molti casi, sono considerati come “postulati di partenza” [Epstein e Roy 2004; Kaplan e Reishus 1990; Pearce e Zahara 1992; Van der Berghe e Levreu 2002; Lerner 2005].
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