Il capitolo offre un’analisi delle dinamiche pensionistiche in Italia, con particolare attenzione al rapporto tra pensioni e disuguaglianza. Il passaggio dalla vita lavorativa alla pensione rappresenta un momento cruciale nella traiettoria economica degli individui e il sistema pensionistico in essere può contribuire ad attenuare o, al contrario, amplificare le disparità di reddito accumulate durante la carriera lavorativa. Nel primo paragrafo, attraverso dati provenienti dalle denunce contributive dei lavoratori dipendenti privati non agricoli (flusso Uniemens) e dal Casellario delle Pensioni, si esaminano le differenze di reddito tra uomini e donne al termine dell’attività lavorativa e il grado di redistribuzione operato dal sistema pensionistico. L’analisi si concentra sulle disuguaglianze nei redditi da lavoro e da pensione, sulla mobilità economica post-pensionamento e sulla capacità del sistema previdenziale di garantire una protezione adeguata alle fasce più vulnerabili della popolazione. I risultati evidenziano una disuguaglianza più elevata nei redditi da lavoro rispetto a quelli da pensione, in particolare per le donne, suggerendo un effetto redistributivo del sistema previdenziale. Questa funzione compensativa è confermata dalla mobilità verso l’alto nella distribuzione del reddito osservata per i pensionati con redditi più bassi. Tuttavia, persistono divari significativi nei tassi di sostituzione tra uomini e donne, soprattutto nella parte bassa della distribuzione, e l’adeguatezza delle prestazioni risulta fortemente influenzata dall’anzianità contributiva, indicata come leva chiave per rafforzare l’equità e l’efficacia del sistema. Nel secondo paragrafo, si valuta la capacità del sistema pensionistico di preservare i lavoratori più svantaggiati dal rischio di povertà durante gli anni della pensione utilizzando un indice di fragilità pensionistica, sulla base del quale un pensionato è considerato fragile se la sua pensione pubblica scende al di sotto del 60% della mediana nella distribuzione del complesso delle prestazioni pensionistiche pubbliche. L’analisi, condotta su dati europei, mostra che in Italia la quota di pensionati fragili è lievemente inferiore alla media europea, ma permane elevata tra le donne. Inoltre, il confronto tra pensionati fragili e non fragili evidenzia forti divari negli importi percepiti, con un ruolo marginale della previdenza complementare nel colmare tali differenze. Nel terzo paragrafo si illustra l’andamento dello stock e dei flussi delle pensioni in Italia, in aggregato, per tipologia di trattamento e per gestione, distinguendo tra regioni e per genere. Nel 2024, lo stock di pensioni è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2023. I pensionati erano circa 16,3 milioni, di cui il 51% erano femmine e l’importo lordo della spesa pensionistica era di circa 364 miliardi di euro, di cui 355 miliardi di euro per pensioni erogate dall’INPS. Le prestazioni previdenziali hanno assorbito il 92% del totale, con un importo medio lordo mensile di circa 1.444 euro, a fronte di un importo medio lordo mensile dei trattamenti assistenziali (pensioni e assegni sociali e prestazioni agli invalidi civili) di poco più di 500 euro. Per quanto riguarda il flusso di nuovi beneficiari di trattamento pensionistico, le prestazioni liquidate dall’INPS nel 2024 sono cresciute del 4,5% rispetto al 2023 avvicinandosi a 1,6 milioni. In termini di composizione, le prestazioni previdenziali liquidate nel 2024 sono cresciute del 2,9%, per effetto di un aumento del 14,5% delle pensioni di vecchiaia e dell’11,8% delle pensioni di invalidità, a fronte di un calo del 9% delle anticipate, in flessione dal 2022 a fronte dell’inasprimento dei requisiti delle “quote” e dell’Opzione donna. Nel quarto paragrafo, si analizzano i divari nei redditi da pensione, di vecchiaia e anticipate, liquidate ai lavoratori dipendenti del settore privato tra il 2001 e il 2023. A tal fine si utilizza l’indice di Theil, una misura sintetica della disuguaglianza che può essere scomposto per valutare quanto le disparità nei redditi pensionistici siano attribuibili a differenze nelle medie tra gruppi (ad esempio tra generi o tra regioni) e quanto, invece, derivino dalla variabilità all’interno degli stessi gruppi. Questa distinzione è particolarmente rilevante in ottica di policy. Se la disuguaglianza è prevalentemente intergruppo, sono necessarie politiche strutturali o di riequilibrio tra categorie e territori; se invece la disuguaglianza è soprattutto intragruppo, diventano centrali interventi mirati alla persona, poiché le disparità non dipendono tanto dall’appartenenza a un gruppo sociale o territoriale, quanto piuttosto dalla storia contributiva e lavorativa individuale. L’analisi mostra che, nel periodo considerato, i divari nei redditi pensionistici sono dipesi in misura crescente da fattori individuali piuttosto che strutturali: oltre il 75% della disuguaglianza complessiva è infatti riconducibile alla variabilità interna ai gruppi, mentre le differenze di genere, territoriali e per tipologia di pensione spiegano una quota più contenuta. Tra questi fattori, la differenza tra pensioni di vecchiaia e anticipate rappresenta la componente intergruppo più rilevante, seguita dal genere, con un peso minore attribuibile ai divari regionali. Questi risultati suggeriscono che, accanto a misure generali di riequilibrio, risultano sempre più centrali politiche orientate a rafforzare l’inclusione previdenziale attraverso il sostegno a carriere continue, la valorizzazione dell’anzianità contributiva e il rafforzamento delle prestazioni per i percorsi lavorativi più fragili. Nel quinto e sesto paragrafo la transizione dal mercato del lavoro alla pensione e l’occupabilità dei lavoratori più anziani. Nel quinto si confrontano le carriere di lavoratori di età compresa tra i 57 e i 59 anni con quelle di lavoratori di età compresa tra i 60 e 62 anni, soggetti a licenziamento collettivo tra il 2012 e il 2018. L’analisi evidenzia che, anche a parità di requisiti contributivi e caratteristiche socio-demografiche, l’età anagrafica rappresenta un fattore cruciale nella scelta di andare in pensione: i lavoratori più anziani risultano significativamente più propensi ad abbandonare definitivamente il mercato del lavoro. Questi risultati suggeriscono che, al di là dei vincoli normativi, la pensione continua a essere percepita come uno strumento di protezione sociale e una scelta preferibile per i lavoratori più prossimi all’età pensionabile. Il sesto paragrafo approfondisce le determinanti economiche della prosecuzione dell’attività lavorativa dopo il pensionamento, analizzando in che misura l’importo della pensione, la gestione previdenziale di appartenenza e l’età al momento del pensionamento influenzino la probabilità di restare attivi. L’analisi mostra come tra i pensionati più anziani, una pensione elevata è associata a una maggiore probabilità di continuare a lavorare, mentre tra i pensionati più giovani la prosecuzione dell’attività appare più legata a esigenze economiche, soprattutto nelle gestioni caratterizzate da trattamenti pensionistici contenuti. Nell’ultimo paragrafo si dedica un approfondimento alla dimensione internazionale del fenomeno, con un focus sui pensionati italiani che si trasferiscono all’estero e un altro sulle pensioni in Convenzione Internazionale che garantisce il conseguimento del diritto alle prestazioni alle persone che si spostano all’interno dell’UE e alle persone che abbiano maturato periodi di assicurazione in uno Stato convenzionato con l’Italia. Per quanto riguarda i primi, dall’analisi emerge che i pensionati italiani che si trasferiscono all’estero al momento del pensionamento costituiscono un gruppo eterogeneo, con profili demografici e reddituali distinti. Negli ultimi anni si osserva una crescente incidenza del fenomeno, particolarmente tra gli uomini e nelle fasce di reddito più elevate, che sembrano scegliere l’emigrazione come strategia di ottimizzazione del benessere. Le destinazioni privilegiate, come Spagna, Portogallo, Albania e Tunisia, riflettono scelte influenzate da fattori fiscali, climatici, economici e culturali, con differenze marcate per genere, reddito e regione di provenienza. Per quanto riguarda invece i trattamenti liquidati in Convenzione Internazionale, l’analisi evidenzia che, pur rappresentando una quota limitata del totale delle pensioni, essi riflettono percorsi migratori e lavorativi di lungo periodo, spesso caratterizzati da carriere frammentate tra più Paesi. Gli importi sono inferiori alla media e generalmente contenuti, in quanto calcolati sulla sola anzianità contributiva maturata in Italia, che costituisce la base per la quota erogata dal sistema nazionale. Tuttavia, i beneficiari di queste prestazioni mostrano un’età media al pensionamento in progressivo aumento e, in alcuni casi, una maggiore continuità contributiva, come evidenziato nei trattamenti anticipati Quota 100. L’analisi conferma, infine, l’importanza crescente del coordinamento previdenziale internazionale in un contesto di mobilità transnazionale sempre più diffusa.
Dinamiche pensionistiche e reddituali
Danilo Cavapozzi;Monica Pia Cecilia Paiella
;
2025-01-01
Abstract
Il capitolo offre un’analisi delle dinamiche pensionistiche in Italia, con particolare attenzione al rapporto tra pensioni e disuguaglianza. Il passaggio dalla vita lavorativa alla pensione rappresenta un momento cruciale nella traiettoria economica degli individui e il sistema pensionistico in essere può contribuire ad attenuare o, al contrario, amplificare le disparità di reddito accumulate durante la carriera lavorativa. Nel primo paragrafo, attraverso dati provenienti dalle denunce contributive dei lavoratori dipendenti privati non agricoli (flusso Uniemens) e dal Casellario delle Pensioni, si esaminano le differenze di reddito tra uomini e donne al termine dell’attività lavorativa e il grado di redistribuzione operato dal sistema pensionistico. L’analisi si concentra sulle disuguaglianze nei redditi da lavoro e da pensione, sulla mobilità economica post-pensionamento e sulla capacità del sistema previdenziale di garantire una protezione adeguata alle fasce più vulnerabili della popolazione. I risultati evidenziano una disuguaglianza più elevata nei redditi da lavoro rispetto a quelli da pensione, in particolare per le donne, suggerendo un effetto redistributivo del sistema previdenziale. Questa funzione compensativa è confermata dalla mobilità verso l’alto nella distribuzione del reddito osservata per i pensionati con redditi più bassi. Tuttavia, persistono divari significativi nei tassi di sostituzione tra uomini e donne, soprattutto nella parte bassa della distribuzione, e l’adeguatezza delle prestazioni risulta fortemente influenzata dall’anzianità contributiva, indicata come leva chiave per rafforzare l’equità e l’efficacia del sistema. Nel secondo paragrafo, si valuta la capacità del sistema pensionistico di preservare i lavoratori più svantaggiati dal rischio di povertà durante gli anni della pensione utilizzando un indice di fragilità pensionistica, sulla base del quale un pensionato è considerato fragile se la sua pensione pubblica scende al di sotto del 60% della mediana nella distribuzione del complesso delle prestazioni pensionistiche pubbliche. L’analisi, condotta su dati europei, mostra che in Italia la quota di pensionati fragili è lievemente inferiore alla media europea, ma permane elevata tra le donne. Inoltre, il confronto tra pensionati fragili e non fragili evidenzia forti divari negli importi percepiti, con un ruolo marginale della previdenza complementare nel colmare tali differenze. Nel terzo paragrafo si illustra l’andamento dello stock e dei flussi delle pensioni in Italia, in aggregato, per tipologia di trattamento e per gestione, distinguendo tra regioni e per genere. Nel 2024, lo stock di pensioni è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2023. I pensionati erano circa 16,3 milioni, di cui il 51% erano femmine e l’importo lordo della spesa pensionistica era di circa 364 miliardi di euro, di cui 355 miliardi di euro per pensioni erogate dall’INPS. Le prestazioni previdenziali hanno assorbito il 92% del totale, con un importo medio lordo mensile di circa 1.444 euro, a fronte di un importo medio lordo mensile dei trattamenti assistenziali (pensioni e assegni sociali e prestazioni agli invalidi civili) di poco più di 500 euro. Per quanto riguarda il flusso di nuovi beneficiari di trattamento pensionistico, le prestazioni liquidate dall’INPS nel 2024 sono cresciute del 4,5% rispetto al 2023 avvicinandosi a 1,6 milioni. In termini di composizione, le prestazioni previdenziali liquidate nel 2024 sono cresciute del 2,9%, per effetto di un aumento del 14,5% delle pensioni di vecchiaia e dell’11,8% delle pensioni di invalidità, a fronte di un calo del 9% delle anticipate, in flessione dal 2022 a fronte dell’inasprimento dei requisiti delle “quote” e dell’Opzione donna. Nel quarto paragrafo, si analizzano i divari nei redditi da pensione, di vecchiaia e anticipate, liquidate ai lavoratori dipendenti del settore privato tra il 2001 e il 2023. A tal fine si utilizza l’indice di Theil, una misura sintetica della disuguaglianza che può essere scomposto per valutare quanto le disparità nei redditi pensionistici siano attribuibili a differenze nelle medie tra gruppi (ad esempio tra generi o tra regioni) e quanto, invece, derivino dalla variabilità all’interno degli stessi gruppi. Questa distinzione è particolarmente rilevante in ottica di policy. Se la disuguaglianza è prevalentemente intergruppo, sono necessarie politiche strutturali o di riequilibrio tra categorie e territori; se invece la disuguaglianza è soprattutto intragruppo, diventano centrali interventi mirati alla persona, poiché le disparità non dipendono tanto dall’appartenenza a un gruppo sociale o territoriale, quanto piuttosto dalla storia contributiva e lavorativa individuale. L’analisi mostra che, nel periodo considerato, i divari nei redditi pensionistici sono dipesi in misura crescente da fattori individuali piuttosto che strutturali: oltre il 75% della disuguaglianza complessiva è infatti riconducibile alla variabilità interna ai gruppi, mentre le differenze di genere, territoriali e per tipologia di pensione spiegano una quota più contenuta. Tra questi fattori, la differenza tra pensioni di vecchiaia e anticipate rappresenta la componente intergruppo più rilevante, seguita dal genere, con un peso minore attribuibile ai divari regionali. Questi risultati suggeriscono che, accanto a misure generali di riequilibrio, risultano sempre più centrali politiche orientate a rafforzare l’inclusione previdenziale attraverso il sostegno a carriere continue, la valorizzazione dell’anzianità contributiva e il rafforzamento delle prestazioni per i percorsi lavorativi più fragili. Nel quinto e sesto paragrafo la transizione dal mercato del lavoro alla pensione e l’occupabilità dei lavoratori più anziani. Nel quinto si confrontano le carriere di lavoratori di età compresa tra i 57 e i 59 anni con quelle di lavoratori di età compresa tra i 60 e 62 anni, soggetti a licenziamento collettivo tra il 2012 e il 2018. L’analisi evidenzia che, anche a parità di requisiti contributivi e caratteristiche socio-demografiche, l’età anagrafica rappresenta un fattore cruciale nella scelta di andare in pensione: i lavoratori più anziani risultano significativamente più propensi ad abbandonare definitivamente il mercato del lavoro. Questi risultati suggeriscono che, al di là dei vincoli normativi, la pensione continua a essere percepita come uno strumento di protezione sociale e una scelta preferibile per i lavoratori più prossimi all’età pensionabile. Il sesto paragrafo approfondisce le determinanti economiche della prosecuzione dell’attività lavorativa dopo il pensionamento, analizzando in che misura l’importo della pensione, la gestione previdenziale di appartenenza e l’età al momento del pensionamento influenzino la probabilità di restare attivi. L’analisi mostra come tra i pensionati più anziani, una pensione elevata è associata a una maggiore probabilità di continuare a lavorare, mentre tra i pensionati più giovani la prosecuzione dell’attività appare più legata a esigenze economiche, soprattutto nelle gestioni caratterizzate da trattamenti pensionistici contenuti. Nell’ultimo paragrafo si dedica un approfondimento alla dimensione internazionale del fenomeno, con un focus sui pensionati italiani che si trasferiscono all’estero e un altro sulle pensioni in Convenzione Internazionale che garantisce il conseguimento del diritto alle prestazioni alle persone che si spostano all’interno dell’UE e alle persone che abbiano maturato periodi di assicurazione in uno Stato convenzionato con l’Italia. Per quanto riguarda i primi, dall’analisi emerge che i pensionati italiani che si trasferiscono all’estero al momento del pensionamento costituiscono un gruppo eterogeneo, con profili demografici e reddituali distinti. Negli ultimi anni si osserva una crescente incidenza del fenomeno, particolarmente tra gli uomini e nelle fasce di reddito più elevate, che sembrano scegliere l’emigrazione come strategia di ottimizzazione del benessere. Le destinazioni privilegiate, come Spagna, Portogallo, Albania e Tunisia, riflettono scelte influenzate da fattori fiscali, climatici, economici e culturali, con differenze marcate per genere, reddito e regione di provenienza. Per quanto riguarda invece i trattamenti liquidati in Convenzione Internazionale, l’analisi evidenzia che, pur rappresentando una quota limitata del totale delle pensioni, essi riflettono percorsi migratori e lavorativi di lungo periodo, spesso caratterizzati da carriere frammentate tra più Paesi. Gli importi sono inferiori alla media e generalmente contenuti, in quanto calcolati sulla sola anzianità contributiva maturata in Italia, che costituisce la base per la quota erogata dal sistema nazionale. Tuttavia, i beneficiari di queste prestazioni mostrano un’età media al pensionamento in progressivo aumento e, in alcuni casi, una maggiore continuità contributiva, come evidenziato nei trattamenti anticipati Quota 100. L’analisi conferma, infine, l’importanza crescente del coordinamento previdenziale internazionale in un contesto di mobilità transnazionale sempre più diffusa.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


