L’integrazione dei dati del casellario centrale delle pensioni con quelli degli estratti contributivi e delle carriere lavorative presso le diverse gestioni previdenziali dell’INPS consente di elaborare un quadro complessivo della dinamica, delle caratteristiche e delle scelte dei pensionati italiani e di valutare l’andamento della spesa pensionistica delle gestioni dell’Istituto. Il capitolo si apre con un inquadramento del sistema previdenziale italiano nello scenario demografico corrente, con una prospettiva di confronto internazionale. L’aumento dell’età media della popolazione, il calo della fecondità, la riduzione della popolazione in età lavorativa, non compensate dall’immigrazione, sono tendenze demografiche che caratterizzano non solo l’Italia, ma l’intera Unione Europea. Esse rappresentano un fattore di rischio per la sostenibilità della maggioranza dei sistemi previdenziali pubblici che si basano su un sistema di finanziamento a ripartizione, per cui i contributi versati da lavoratori e aziende vengono utilizzati per erogare le prestazioni pensionistiche nel medesimo anno. Se l’ammontare delle prestazioni erogate supera i contributi ricevuti si determina uno squilibrio strutturale del sistema che deve essere ripianato e ciò generalmente avviene con trasferimenti dello Stato a carico della fiscalità generale. Le previsioni Eurostat per l’Unione Europea relative agli andamenti demografici fanno presagire un peggioramento del rapporto tra pensionati e contribuenti, con rischi crescenti di squilibri per i sistemi previdenziali, soprattutto per quei paesi, come l’Italia, dove la spesa previdenziale è relativamente elevata. Nel 2021, l’ultimo anno per cui vi sono dati confrontabili, la spesa previdenziale italiana si è attestata al 16,3% del prodotto interno lordo (PIL), un livello inferiore solo a quello della Grecia, a fronte di una media europea del 12,9%. La spesa pensionistica italiana è particolarmente elevata per due motivi principali. Innanzitutto, l’età effettiva di accesso alla pensione di vecchiaia è ancora relativamente bassa a causa dell’esistenza di numerosi canali di uscita anticipata dal mercato del lavoro, nonostante un’età legale a 67 anni, tra le più alte in Europa. Oltre a questo, le pensioni sono, in media, generose ed infatti il tasso di sostituzione della pensione rispetto all’ultima retribuzione percepita prima del pensionamento è tra i più elevati in UE, quasi 15 punti percentuali sopra la media europea. Il secondo paragrafo di questo capitolo illustra l’andamento dello stock e dei flussi delle pensioni, in aggregato, per tipologia di trattamento e per gestione, distinguendo tra regioni e per genere. Nel 2023, lo stock di pensioni è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2022. I pensionati erano circa 16,2 milioni, di cui il 52% erano femmine e l’importo lordo della spesa pensionistica era poco sotto i 347 miliardi di euro, di cui 338 miliardi di euro per pensioni erogate dall’INPS. Oltre la metà della spesa pensionistica totale è stata per pensioni di anzianità e anticipate, seguite da pensioni di vecchiaia e pensioni al superstite. Le prestazioni assistenziali (agli invalidi civili e pensioni/assegni sociali) hanno assorbito l’8% del totale. Rispetto al 2022, l’importo lordo mensile medio delle prestazioni è aumentato del 7,1% per effetto almeno in parte della perequazione, per cui gli importi dell’anno 2023 sono stati rivalutati sulla base dell’indice ISTAT del costo della vita che ha registrato un aumento pari all’8,1%. Per quanto riguarda il flusso di nuovi beneficiari di trattamento pensionistico, le prestazioni liquidate dall’INPS nel 2023 sono state pari a circa 1,5 milioni, un livello analogo a quello del 2022. In termini di composizione, le prestazioni assistenziali liquidate nel 2023 sono cresciute del 5,7% rispetto all’anno precedente, mentre quelle previdenziali sono diminuite del 4.7% per effetto di una forte riduzione delle pensioni anticipate (-15,5%), in parte legato al progressivo inasprimento dei requisiti delle quote che erano state introdotte temporaneamente a partire dall’anno 2019 con Quota 100. Da un’analisi della diffusione delle liquidate nel 2023 per regione di residenza del beneficiario emerge che le regioni dove i percettori di prestazioni previdenziali hanno rappresentato la stragrande maggioranza dei nuovi pensionati sono la Valle d’Aosta e il Trentino Alto Adige (oltre il 95%), seguite dalle altre regioni del Settentrione (esclusa la Liguria) e dalla Toscana. In termini di importi medi, i trattamenti più elevati sono corrisposti in Lombardia, Trentino Alto-Adige e Lazio (oltre 1.400 euro lordi al mese) seguite da Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria ed Emilia-Romagna (oltre 1.300 euro). Gli importi più bassi si registrano invece in Calabria (sotto ai 1.100 euro) e nelle regioni del Mezzogiorno. Le prestazioni assistenziali, principalmente invalidità civili, sono state oltre la metà delle liquidate in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Per quanto riguarda il genere dei beneficiari, l’incidenza delle prestazioni previdenziali sul totale delle liquidate è maggiore per i maschi, rispetto alle femmine che invece beneficiano in misura maggiore di pensioni e assegni sociali e trattamenti di invalidità civile. Per quanto riguarda poi gli importi medi delle prestazioni, il divario di genere per le prestazioni liquidate nel 2023 è stabile al 27%. I divari più elevati si riscontrano nelle regioni dove gli importi medi delle prestazioni sono più elevati. In Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, le donne percepiscono un trattamento che è inferiore a quello degli uomini di oltre il 30%. I divari più contenuti si registrano in Calabria, Sardegna e Campania. Se si escludono i trattamenti assistenziali, che, tipicamente, hanno differenziali di genere più contenuti, il divario tende ad aumentare in media di 3 punti percentuali; se inoltre si escludono anche le pensioni al superstite, che hanno importi medi relativamente bassi e di cui beneficiano principalmente le donne, il divario scende al 28% in media, con notevoli differenze tra regioni. Il terzo paragrafo si concentra su una serie di canali di uscita dal mercato del lavoro che consentono il pensionamento sulla base di requisiti anagrafici e contributivi meno stringenti di quelli ordinari e illustra l’andamento dei pensionamenti attraverso la pensione anticipata ai lavoratori precoci, Opzione Donna e le Quote. Se ne valuta la diffusione, gli importi medi e l’età media effettiva d’accesso, dall’entrata in vigore della riforma Monti-Fornero al 2023. Dall’analisi emerge il peso che i pensionamenti attraverso Quota 100 hanno avuto sul totale degli anticipi nel triennio 2019-2021 e anche la rilevanza di Opzione Donna. Oltre a questi canali di anticipo pensionistico, i lavoratori in determinate circostanze possono accedere a istituti di accompagnamento alla pensione a carico dei datori di lavoro o con la compartecipazione della fiscalità generale. Tra questi, nel paragrafo quattro, si esaminano il contratto di espansione, introdotto per la prima volta nel 2019, e l’APE Sociale, introdotto nel 2017 e, dopo un primo periodo sperimentale biennale, rinnovato di anno in anno ad ogni legge di bilancio con estensione delle categorie dei possibili beneficiari. Nel quinto e ultimo paragrafo del capitolo si analizza l’occupabilità dei lavoratori anziani confrontando le carriere di un campione di lavoratori con più di 57 anni con quelle di lavoratori simili di età compresa tra i 51 e i 57 anni soggetti a licenziamento collettivo. L’analisi dei dati sulle loro carriere suggerisce che per quelli con più di 57 anni la probabilità di restare attaccati al mercato del lavoro è molto più bassa rispetto a quelli con 51-57 anni. Anche tenendo conto del fatto che, negli anni immediatamente successivi al licenziamento, molti dei lavoratori con più di 57 anni maturano i requisiti per la pensione, tra coloro che non si pensionano quasi uno su due scompare dagli archivi INPS, ovvero non risulta attivo, né percettore di sostegni. Nella fascia 51-57 anni, il rapporto è uno su tre. L’incidenza è poi particolarmente diffusa tra le ex-lavoratrici. ll capitolo si correda di tre box di approfondimento. Il primo è sull’indennizzo per i commercianti che cessano l’attività e contiene un confronto tra l’importo dell’indennizzo, che è pari alla pensione minima, e l’importo medio dei trattamenti di vecchiaia dei commercianti. Dal confronto, risulta che, per una quota significativa di ex-commercianti, l’indennizzo è superiore alla pensione. Il secondo si focalizza sul fenomeno della mortalità nell’ambito delle coppie di coniugi anziani e studia l’impatto del decesso di uno sulla speranza di vita dell’altro. Il terzo è sugli effetti del brusco innalzamento dell’età di accesso alla pensione della riforma Monti-Fornero che ha indotto molte donne ad anticipare l’uscita dal mercato del lavoro attraverso Opzione Donna, nonostante le perdite monetarie.

Pensioni e pensionati. Dal mercato del lavoro alla pensione

Claudio Lucifora;Monica Pia Cecilia Paiella
;
2024-01-01

Abstract

L’integrazione dei dati del casellario centrale delle pensioni con quelli degli estratti contributivi e delle carriere lavorative presso le diverse gestioni previdenziali dell’INPS consente di elaborare un quadro complessivo della dinamica, delle caratteristiche e delle scelte dei pensionati italiani e di valutare l’andamento della spesa pensionistica delle gestioni dell’Istituto. Il capitolo si apre con un inquadramento del sistema previdenziale italiano nello scenario demografico corrente, con una prospettiva di confronto internazionale. L’aumento dell’età media della popolazione, il calo della fecondità, la riduzione della popolazione in età lavorativa, non compensate dall’immigrazione, sono tendenze demografiche che caratterizzano non solo l’Italia, ma l’intera Unione Europea. Esse rappresentano un fattore di rischio per la sostenibilità della maggioranza dei sistemi previdenziali pubblici che si basano su un sistema di finanziamento a ripartizione, per cui i contributi versati da lavoratori e aziende vengono utilizzati per erogare le prestazioni pensionistiche nel medesimo anno. Se l’ammontare delle prestazioni erogate supera i contributi ricevuti si determina uno squilibrio strutturale del sistema che deve essere ripianato e ciò generalmente avviene con trasferimenti dello Stato a carico della fiscalità generale. Le previsioni Eurostat per l’Unione Europea relative agli andamenti demografici fanno presagire un peggioramento del rapporto tra pensionati e contribuenti, con rischi crescenti di squilibri per i sistemi previdenziali, soprattutto per quei paesi, come l’Italia, dove la spesa previdenziale è relativamente elevata. Nel 2021, l’ultimo anno per cui vi sono dati confrontabili, la spesa previdenziale italiana si è attestata al 16,3% del prodotto interno lordo (PIL), un livello inferiore solo a quello della Grecia, a fronte di una media europea del 12,9%. La spesa pensionistica italiana è particolarmente elevata per due motivi principali. Innanzitutto, l’età effettiva di accesso alla pensione di vecchiaia è ancora relativamente bassa a causa dell’esistenza di numerosi canali di uscita anticipata dal mercato del lavoro, nonostante un’età legale a 67 anni, tra le più alte in Europa. Oltre a questo, le pensioni sono, in media, generose ed infatti il tasso di sostituzione della pensione rispetto all’ultima retribuzione percepita prima del pensionamento è tra i più elevati in UE, quasi 15 punti percentuali sopra la media europea. Il secondo paragrafo di questo capitolo illustra l’andamento dello stock e dei flussi delle pensioni, in aggregato, per tipologia di trattamento e per gestione, distinguendo tra regioni e per genere. Nel 2023, lo stock di pensioni è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2022. I pensionati erano circa 16,2 milioni, di cui il 52% erano femmine e l’importo lordo della spesa pensionistica era poco sotto i 347 miliardi di euro, di cui 338 miliardi di euro per pensioni erogate dall’INPS. Oltre la metà della spesa pensionistica totale è stata per pensioni di anzianità e anticipate, seguite da pensioni di vecchiaia e pensioni al superstite. Le prestazioni assistenziali (agli invalidi civili e pensioni/assegni sociali) hanno assorbito l’8% del totale. Rispetto al 2022, l’importo lordo mensile medio delle prestazioni è aumentato del 7,1% per effetto almeno in parte della perequazione, per cui gli importi dell’anno 2023 sono stati rivalutati sulla base dell’indice ISTAT del costo della vita che ha registrato un aumento pari all’8,1%. Per quanto riguarda il flusso di nuovi beneficiari di trattamento pensionistico, le prestazioni liquidate dall’INPS nel 2023 sono state pari a circa 1,5 milioni, un livello analogo a quello del 2022. In termini di composizione, le prestazioni assistenziali liquidate nel 2023 sono cresciute del 5,7% rispetto all’anno precedente, mentre quelle previdenziali sono diminuite del 4.7% per effetto di una forte riduzione delle pensioni anticipate (-15,5%), in parte legato al progressivo inasprimento dei requisiti delle quote che erano state introdotte temporaneamente a partire dall’anno 2019 con Quota 100. Da un’analisi della diffusione delle liquidate nel 2023 per regione di residenza del beneficiario emerge che le regioni dove i percettori di prestazioni previdenziali hanno rappresentato la stragrande maggioranza dei nuovi pensionati sono la Valle d’Aosta e il Trentino Alto Adige (oltre il 95%), seguite dalle altre regioni del Settentrione (esclusa la Liguria) e dalla Toscana. In termini di importi medi, i trattamenti più elevati sono corrisposti in Lombardia, Trentino Alto-Adige e Lazio (oltre 1.400 euro lordi al mese) seguite da Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria ed Emilia-Romagna (oltre 1.300 euro). Gli importi più bassi si registrano invece in Calabria (sotto ai 1.100 euro) e nelle regioni del Mezzogiorno. Le prestazioni assistenziali, principalmente invalidità civili, sono state oltre la metà delle liquidate in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Per quanto riguarda il genere dei beneficiari, l’incidenza delle prestazioni previdenziali sul totale delle liquidate è maggiore per i maschi, rispetto alle femmine che invece beneficiano in misura maggiore di pensioni e assegni sociali e trattamenti di invalidità civile. Per quanto riguarda poi gli importi medi delle prestazioni, il divario di genere per le prestazioni liquidate nel 2023 è stabile al 27%. I divari più elevati si riscontrano nelle regioni dove gli importi medi delle prestazioni sono più elevati. In Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, le donne percepiscono un trattamento che è inferiore a quello degli uomini di oltre il 30%. I divari più contenuti si registrano in Calabria, Sardegna e Campania. Se si escludono i trattamenti assistenziali, che, tipicamente, hanno differenziali di genere più contenuti, il divario tende ad aumentare in media di 3 punti percentuali; se inoltre si escludono anche le pensioni al superstite, che hanno importi medi relativamente bassi e di cui beneficiano principalmente le donne, il divario scende al 28% in media, con notevoli differenze tra regioni. Il terzo paragrafo si concentra su una serie di canali di uscita dal mercato del lavoro che consentono il pensionamento sulla base di requisiti anagrafici e contributivi meno stringenti di quelli ordinari e illustra l’andamento dei pensionamenti attraverso la pensione anticipata ai lavoratori precoci, Opzione Donna e le Quote. Se ne valuta la diffusione, gli importi medi e l’età media effettiva d’accesso, dall’entrata in vigore della riforma Monti-Fornero al 2023. Dall’analisi emerge il peso che i pensionamenti attraverso Quota 100 hanno avuto sul totale degli anticipi nel triennio 2019-2021 e anche la rilevanza di Opzione Donna. Oltre a questi canali di anticipo pensionistico, i lavoratori in determinate circostanze possono accedere a istituti di accompagnamento alla pensione a carico dei datori di lavoro o con la compartecipazione della fiscalità generale. Tra questi, nel paragrafo quattro, si esaminano il contratto di espansione, introdotto per la prima volta nel 2019, e l’APE Sociale, introdotto nel 2017 e, dopo un primo periodo sperimentale biennale, rinnovato di anno in anno ad ogni legge di bilancio con estensione delle categorie dei possibili beneficiari. Nel quinto e ultimo paragrafo del capitolo si analizza l’occupabilità dei lavoratori anziani confrontando le carriere di un campione di lavoratori con più di 57 anni con quelle di lavoratori simili di età compresa tra i 51 e i 57 anni soggetti a licenziamento collettivo. L’analisi dei dati sulle loro carriere suggerisce che per quelli con più di 57 anni la probabilità di restare attaccati al mercato del lavoro è molto più bassa rispetto a quelli con 51-57 anni. Anche tenendo conto del fatto che, negli anni immediatamente successivi al licenziamento, molti dei lavoratori con più di 57 anni maturano i requisiti per la pensione, tra coloro che non si pensionano quasi uno su due scompare dagli archivi INPS, ovvero non risulta attivo, né percettore di sostegni. Nella fascia 51-57 anni, il rapporto è uno su tre. L’incidenza è poi particolarmente diffusa tra le ex-lavoratrici. ll capitolo si correda di tre box di approfondimento. Il primo è sull’indennizzo per i commercianti che cessano l’attività e contiene un confronto tra l’importo dell’indennizzo, che è pari alla pensione minima, e l’importo medio dei trattamenti di vecchiaia dei commercianti. Dal confronto, risulta che, per una quota significativa di ex-commercianti, l’indennizzo è superiore alla pensione. Il secondo si focalizza sul fenomeno della mortalità nell’ambito delle coppie di coniugi anziani e studia l’impatto del decesso di uno sulla speranza di vita dell’altro. Il terzo è sugli effetti del brusco innalzamento dell’età di accesso alla pensione della riforma Monti-Fornero che ha indotto molte donne ad anticipare l’uscita dal mercato del lavoro attraverso Opzione Donna, nonostante le perdite monetarie.
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